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Approfondimenti

La campagna BEVI MENO PLASTICA nasce con lo scopo di ridurre il consumo dell’acqua in bottiglia per evitare la esposizione continua e graduale ed eventuali effetti additivi dei contaminanti della plastica, soprattutto nei più piccoli. Diceva un noto ritornello:

“Prevenire é meglio che curare”; Bevi Meno Plastica per un futuro migliore.

Di seguito sono raccolte una serie di informazioni più o meno tecniche per approfondire la problematica dei contaminanti della plastica.

 LA PLASTICA DELLE BOTTIGLIE e L’AMBIENTE

Quando si parla di plastica delle bottiglie si parla essenzialmente di PET, acronimo di PoliEtilenTereftalato, il più importante polimero usato per la produzione della plastica. Scoperto e brevettato nel 1941, il PET è formato da due composti: glicole etilenico (1,2-etandiolo) e l’acido tereftalico purificato (acido 1,4-benzendicarbossilico).

Nella Figura è mostrato il monomero di base del PET composto da: acido 1,4-benzendicarbossilico e 1,2-etandiolo. 

Semplificando, per la produzione del PET i due composti vengono portati a elevate temperature e uniti tramite esterificazione o transesterificazione. In seguito vengono polimerizzati in una reazione catalizzata da triossido d’antimonio (Sb2O3): dalla reazione si libera glicole etilenico che viene reimmesso nel processo. Il PET viene prodotto in granuli: in seguito mediante il processo di ISBM (Injection Stretch Blow Molding) viene lavorato per la produzione di contenitori per liquidi. Poiché esso è un materiale altamente igroscopico, necessita di un trattamento specifico al fine di garantire la funzionalità e infatti, i granuli vengono deumidificati prima di poter passare alla formazione della plastica.

Altri polimeri per la produzione di BIO-Plastica sono: il PLA-Acido PoliLactico, un  polimero dell’acido lattico e il PHA-Poliidrossialcanoati: o polimeri poliesteri termoplastici sintetizzati da vari generi di batteri. Le bio-plastiche sono tuttavia molto meno diffuse e conseguentemente studiate; in linea di principio sono Biodegradabili, ma i componenti usati per la loro formazione (per esempio lo stagno (al pari dell’antimonio per il PET) possono migrare nell’acqua.

Il PET è considerato un buon materiale per la sua forza e la permeabilità: è sicuro, forte trasparente e versatile. Il PET può esser riformato dal PET, quindi può essere riciclato. Rimane comunque un materiale NON BIO-degradabile, che si accumula in grandi quantità fino a creare isole di plastica galleggianti negli oceani. Il PET infatti è foto-degradabile, ovvero alla luce del sole viene ridotto in piccolissimi componenti “nurdlesnoti anche come lacrime delle sirene (mermaids’ tears) che attirano altri inquinanti e sono ingeriti dagli animali marini.

In rete si trovano tantissime informazioni sulle “isole di plastica”, ne abbiamo selezionati alcuni

LA NORMATIVA

La plastica è certamente un materiale utile, ma non senza conseguenze. La luce diretta del sole e il calore ovvero la temperatura agiscono sul materiale plastico, prova ne è che tutte le etichette delle acque imbottigliate riportano la dicitura: tenere al buio e al riparo da fondi di calore.

“Le sostanze che possono migrare dal materiale plastico vengono controllate a livello comunitario tramite limiti massimi di trasferimento verso i prodotti alimentari e condizioni di utilizzazione molto precise volte di garantire la sicurezza dei prodotti alimentari.”

La compatibilità del PET per il contatto con gli alimenti è sancita dalla Direttiva 2002/72 della Commissione Europea e successive modifiche (2004/19/C), abrogata poi dal Regolamento (UE) N. 10/2011 della Commissione Europea del 14 gennaio 2011 (detto anche PIM- Plastic Implementation Measure) che riguarda i materiali plastici a contatto con gli alimenti, modificato e rettificato più volte nel corso degli anni. L’ultima modifica si è avuta  il 28 aprile u.s. con il Regolamento UE 2017/752.

Un riassunto completo e aggiornato della normativa sugli oggetti in materia plastica a contatto con i prodotti alimentari è consultabile direttamente dal portale del diritto Europeo.

All’interno della Comunità Europea, il RASFF, Rapid Alert System for Food and Feed (Sistema di allerta rapido per alimenti, mangimi, materiali e oggetti a contatto con gli alimenti) consente il rapido ed efficace scambio di informazioni tra gli Stati Membri e la Commissione nei casi in cui si rilevino rischi per la salute umana nella filiera degli alimenti, dei mangimi e dei materiali e oggetti a contatto con gli alimenti.

La migrazione di sostanze chimiche dalla plastica non è una invenzione degli ambientalisti per fare guerra alle industrie produttriciÈ una problematica vera che deve essere conosciuta e affrontata da ciascuno di noi; le leggi ci aiutano a regolamentare e tenere sotto controllo le concentrazioni di contaminanti, ma la riduzione del consumo di acqua imbottigliata può essere operata a ciascuno di noi. La riduzione dell’esposizione ai contaminanti della plastica comincia con la riduzione del consumo.

Informazioni aggiornate sulla normativa e i controlli sono reperibili da:
Portale Commissione Europea, sezione FOOD
Portale dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA)
Portale dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS)

CONTROLLI e VERIFICHE

Da un punto di vista analitico i controlli per la verifica di conformità dei materiali sono complessi e rigorosi. Nella maggior parte dei casi non viene valutata l’effettiva contaminazione nell’alimento, ma cosa ben più importante viene valutata la possibilità o potenzialità di rilascio di un contaminante da parte di un materiale in determinate condizioni d’uso. La normativa regolamenta i test da effettuare, specificando le condizioni (tempo e temperatura) e i simulanti alimentari da impiegare in base alla destinazione d’uso dell’imballo (es. contenere acqua per un anno in luogo fresco).

Le prove sono standardizzate e condotte in laboratorio direttamente sul campione reale o su una parte rappresentativa di esso, tenendo conto delle reali condizioni di impiego del materiale in analisi. Inoltre i tempi e le temperature a cui condurre le prove sono riportate nella normativa e debbono comunque rappresentare le peggiori condizioni prevedibili per l’uso.

Ad esempio, se nell’impiego reale si prevede un tempo di contatto con l’alimento compreso tra 2 ore e 4 ore, la prova deve durare 4 ore e se si prevede una temperatura reale per la cottura compresa tra 70°C e 100°C, la prova deve essere condotta a 100°C.

Per l’analisi delle sostanze (la misurazione analitica) si usa essenzialmente una combinazione di diverse tecniche analitiche ovvero: desorbimento termico con Gas Cromatografia e spettrometria di massa.  Sulle difficoltà analitiche si confrontano tuttora diversi gruppi di ricerca che hanno operato anche analisi di inter-calibrazione. Anche la normativa al riguardo tiene presente i miglioramenti delle analisi e la creazione di database di contaminanti della plastica e dei relativi dati tossicologici.

È importante dire che escluso piccole eccezioni, le concertazioni di composti della plastica misurati in acqua sono entro i limiti di legge e non rappresentano un imminente pericolo per la salute pubblica.  L’esposizione ai contaminati della plastica costituisce comunque un rischio da valutare per un accumulo graduale, per l’esposizione da diversi materiale e per gli effetti di cui ci sono evidenze sul sistema endocrino.

GLI STUDI SCIENTIFICI

Il punto principale di tutti gli studi è che la migrazione, ovvero il passaggio di componenti della plastica, all’acqua contenuta in bottiglie di PET è condizionata da molti fattori quali ad esempio la qualità del PET usato, il pH dell’acqua, il volume delle bottiglie, l’esposizione a fonti di luce e a fonti di calore per tempi prolungati. Gli studi, fatte poche eccezioni, hanno sempre sottolineato che la presenza di queste sostanze rispetta i parametri stabiliti dai regolamenti Europei.

Uno dei rapporti più completi riguardo alla migrazione delle sostanze dalla plastica all’acqua in bottigliata è stato condotto in California dal Dipartimento di Controllo delle Sostanze Tossiche in collaborazione con il Dipartimento di Recupero e Riciclo delle Risorse e il Lawrence National Laboratory (CalRecycle, Maddalena et al 2013). Sono tutte istituzioni di grande rilievo scientifico con obiettivi di salvaguardia dell’ambiente e della salute umana.

Lo studio è stato citato anche dal programma Report, ma ha un grandissimo valore scientifico al di là dei titoli delle testate giornalistiche e delle notizie propagandistiche. Raccoglie una vasta letteratura scientifica di studi condotti sui singoli componenti della materie plastiche da diversi gruppi di ricerca in tutto il mondo. Una selezione di questi studi è riportata anche nella lista di Riferimenti bibliografici di seguito.

In breve, non esistendo una lista di ingredienti esatti che compongono la plastica o la bio-plastica delle bottiglie la comunità scientifica si adopera per:

  1. Stilare una lista di potenziali contaminanti della plastica. Una volta individuati i potenziali contaminati che migrano, il secondo obiettivo è
  2. Creare una lista di priorità, ovvero capire quali tra queste sostanze sono maggiormente presenti e maggiormente pericolose e migrano effettivamente dalla plastica all’acqua. Una volta verificata l’effettiva migrazione delle sostanze della plastica all’acqua l’obiettivo è:
  3. valutare l’effetto della conservazione e delle temperature di conservazione, ovvero cosa succede e quante sostanze si accumulano nell’acqua in bottiglia se questa per esempio passa da 20 a 30°C o da 3 a 6 mesi di conservazione.

I più noti e studiati tra i contaminanti plastica sono: antimonio, acetaldeide, formaldeide, propanolo, gliossale, propionaldeide, butirraldeide, acetone, acido tereftalico, acido isoftalico e l’etilen glicole ma anche Benzofenone. La realtà è che le presone sono esposte a diverse di queste sostanze da sorgenti multiple che vanno dall’acqua in bottiglia agli alimenti in contatto con pellicole plastiche.

L’acetaldeide per esempio è una sostanza volatile incolore a temperature superiori ai 21°C (punto di ebollizione T = 20,8°C). Effetti negativi sulla salute si possono escludere fino a questo valore limite pari a 6 mg per Kg (6ppm) di alimento Secondo le disposizioni di legge vigenti nell’UE, L’acetaldeide può però influenzare il sapore e l’odore delle bevande con un odore fruttato. Essa si genera dalla degradazione del PET ma anche durante la produzione e il processo di stampaggio a iniezione. Dopo il raffreddamento rimane intrappolata all’interno della bottiglia, e migra nel contenuto dopo il riempimento e lo stoccaggio. La generazione di Acetaldeide durante la fusione del PET è ridotta in modo ottimale durante il processo tramite l’abbassamento della temperatura di fusione e il tempo di residenza. Non può essere eliminata del tutto, poiché rimane sempre presente nella matrice polimerica.

Un altro elemento molto studiato è l’antimonio invece che viene utilizzato come catalizzatore nella produzione del PET. Dopo la fabbricazione, una quantità rilevabile di antimonio può essere trovata sulla superficie del prodotto ma generalmente il suo residuo può essere rimosso con il lavaggio. Un altro composto è glicole etilenico, che compone il monomero di base del PET; esso ha bassa tossicità; tuttavia è metabolizzato in differenti metaboliti tossici tra cui: acido gliossilico e acido ossalico.

La letteratura scientifica al riguardo è in continuo aggiornamento, tuttavia di seguito sono raccolti alcuni degli studi più autorevoli. Per segnalare articoli di interesse scrivete a info@microbeco.org  I vostri contributi sono ben accetti. Informare è un dovere.

RIFERIMENTI SCIENTIFICI su RIVISTE INTERNAZIONALI DI RICERCA

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Nijssen, B., Kamperman, T. & Jetten, J., 1996. Acetaldehyde in mineral water stored in polyethylene terephthalate (PET) bottles: odour threshold and quantification. Packaging Technology and Science, 9(4), pp.175–185.

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